Perché proprio gli algoritmi? – Parte 1 di 4
Come sono arrivata agli algoritmi: il corpo e la voce
Ogni tanto incontro qualcuno che non vedo da anni. Persone che mi hanno conosciuta quando ballavo o cantavo, quando insegnavo. Qualcuno mi ricorda con Rita Pavone o negli eventi che organizzavo, altri quando facevo la DJ. Altri ancora nei miei gloriosi anni da animatrice di karaoke, quando giravo per i locali a far cantare la gente.
Insomma, dipende da dove mi avete incrociata.
E, ovviamente, la prima cosa che mi chiedono è che cosa faccio oggi.
«Ho scritto due libri sugli algoritmi e lavoro sulla comunicazione con il corpo.»
Sguardo attonito che, tradotto, significa più o meno:
«Ma che cavolo c’entra?»
Già. Visto da fuori, lo capisco. Perché la mia vita, da quella prospettiva, sembra fatta di tanti pezzi che non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro.
Lo pensava persino mia madre, che non riusciva a capire questa figlia che passava dal ballo al canto, dagli studi sulla comunicazione all’insegnamento.
Probabilmente, mentre vivevo tutte queste esperienze, il filo non lo vedevo chiaramente nemmeno io.
Oggi sì. Oggi, guardandomi indietro, vedo che quel filo non si è mai spezzato.
Corpo. Voce. Comunicazione.
Sono sempre stati lì. Hanno semplicemente assunto forme diverse durante la mia vita.
Credo che la nostra anima sappia molte più cose di quelle che sappiamo noi mentre siamo impegnati a vivere. E credo che la mia, prima di arrivare qui, si sia anche divertita parecchio a progettare il percorso. Perché, francamente, un po’ più lineare poteva anche farlo. Invece no.
Colpi di scena, battute d’arresto, ripartenze, porte che si chiudono proprio quando pensi di avercela fatta, altre che si aprono dove non avresti mai pensato di guardare. E scelte continue. Due strade davanti. A volte tre.
E io lì a decidere.
La mia vita tranquilla, lineare e prevedibile? Ma quando mai?
E non lo è nemmeno oggi.
Per raccontarvi perché proprio gli algoritmi, quindi, non posso cominciare dal 2020, quando li ho incontrati. Devo tornare molto più indietro.
A una ragazzina di tredici anni che amava la danza, faceva radio e ascoltava una musica che quasi nessuno dei suoi coetanei ascoltava. Perché credo che sia cominciato tutto molto prima di quanto io stessa abbia capito.
Il corpo e la voce
A tredici anni avevo già due grandi passioni: il corpo e la voce.
Ballavo e, contemporaneamente, avevo mosso i primi passi nel mondo della radio. Conducevo un programma pomeridiano in diretta con gli ascoltatori. Sì, ero piuttosto precoce.
La radio mi affascinava moltissimo, ma ancora di più mi affascinava la musica.
Ed ero una ragazzina un po’ particolare anche in questo.
Correvo dietro ai DJ più quotati della zona, alcuni dei quali sarebbero poi diventati personaggi conosciuti anche a livello internazionale.
Ascoltavo il sound di Philadelphia, funky, soul, R&B, pop. Persino i primi rap. E quando dico rap non pensate immediatamente a ciò che ascoltiamo oggi. Io ascoltavo i Public Enemy. Roba che pestava duro.
Senza saperlo, stavo già educando due strumenti che mi sarebbero stati utili per tutta la vita: il corpo e l’orecchio. Il ritmo lo sentivo fisicamente. La musica mi entrava dentro e diventava movimento.
E la voce era l’altro grande territorio che volevo esplorare.
L’ingresso al Conservatorio
Appena ne ebbi la possibilità decisi di entrare al Conservatorio. Volevo studiare canto.
Naturalmente, intorno a me cominciarono subito gli incoraggiamenti:
«Non ce la farai mai.»
«Senza una raccomandazione lì dentro non entri.»
«Entrano i figli delle famiglie importanti della città.»
Ottimo. Era esattamente il genere di frasi capaci di farmi venire ancora più voglia di provarci.
C’era però un problema: avevo quindici anni e allora, a quell’età, non potevi accedere direttamente allo studio del canto. Dovevo entrare con uno strumento e aspettare.
Ricordo ancora l’esame di ammissione. Uno degli esaminatori cominciò a battere sul tavolo con le nocche una lunga sequenza ritmica del Boléro di Ravel.
Io ascoltai una volta. Poi lo guardai e ripetei sul tavolo esattamente quella sequenza, mantenendo ritmo, intensità e forza.
Ricordo ancora le loro facce stupite. Mi dissero che avevo un orecchio musicale fuori dal comune. Ed entrai al Conservatorio con il massimo dei voti.
Peccato che io volessi cantare e invece mi ritrovai a dover scegliere uno strumento.
Mi proposero il violino o il violoncello. Non mi interessava nessuno dei due, ma scelsi il violino. Almeno quello riuscivo a portarmelo dietro senza trascinarlo.
Da lì cominciò la mia personale via crucis verso il canto.
Pianoforte obbligatorio, con le mani che sui tasti non arrivavano mai dove avrebbero dovuto arrivare. Violino. Postura. Polso. Archetto.
Esercizi interminabili, girando per casa e cercando di tenere quel benedetto violino tra mento e spalla nella posizione corretta.
Io studiavo tutto. Ma nella mia testa c’era un solo pensiero:
Prima o poi mi faranno cantare.
Finalmente il canto. Ma non il mio
Finalmente arrivò quel momento e mi sembrò di toccare il cielo con un dito.
Per un attimo.
Perché scoprii immediatamente un piccolo dettaglio che evidentemente non avevo considerato.
Quando io dicevo canto, pensavo alla mia musica, alla musica italiana, a quella straniera, alla musica che ascoltavo e che amavo.
Loro pensavano alla lirica.
Ops.
Mi dissero che, considerando le mie capacità e il fatto che studiavo anche danza, se proprio non mi interessava l’opera avrei potuto indirizzarmi verso l’operetta. Vicino avevamo il teatro di Trieste e, secondo loro, avrei avuto ottime possibilità di costruirmi una carriera.
Provai a immaginarmi lì. Mi vidi. E dentro sentii chiaramente:
«No. No. Non è questa la strada.»
Così, a diciassette anni, presi una delle prime decisioni importanti della mia vita. Con grande stupore degli insegnanti e ancora maggiore entusiasmo della mia famiglia, si fa per dire, deposi violino e archetto.
Tante grazie. Anche no.
Dal Conservatorio arrivò praticamente una sentenza:
«Qui dentro non potrai mai cantare le canzonette.»
Va bene, grazie. L’avevo capito.
Ma lasciare il Conservatorio non significò affatto lasciare il canto.
Continuai a studiarlo privatamente, seguendo finalmente le strade che interessavano a me: jazz, espressività vocale e tutto ciò che negli anni mi avrebbe permesso di conoscere e utilizzare sempre meglio la mia voce.
Avrei continuato a cantare, esibirmi e incidere dischi.
Perché avevo lasciato il Conservatorio. Non la voce.
Il contratto con la Rai e l’incidente
Intanto continuavo a ballare. E quella sì, pensavo, sarebbe stata la mia strada.
Arrivarono gli spettacoli, i teatri, l’esperienza nel corpo di ballo con Rita Pavone. Poi un provino importante.
Fantastico. Lo superai.
E finalmente arrivò il contratto con la Rai. Avevo vent’anni. Dopo anni di studio e lavoro avevo messo un piede esattamente nel posto nel quale avevo sognato di arrivare.
In quel periodo organizzai anche una manifestazione per raccogliere fondi per un bambino che doveva andare in America per un intervento alle cornee.
La sera, tornando a casa proprio dopo quella manifestazione, ebbi un incidente d’auto. Un incidente serio.
E lì la strada cambiò di nuovo.
In ospedale un ortopedico mi disse:
«Signora, lei non ballerà più a livello professionale. Se lo metta in testa. E fra qualche anno potrebbe ritrovarsi presto su una sedia a rotelle.»
Avevo vent’anni. Avevo appena firmato un contratto con la Rai. Avevo appena messo piede nel mondo nel quale volevo entrare.
E adesso dovevo tirarlo fuori.
D’istinto pensai: sti cazzi.
Perché una cosa era certa. Conoscevo la danza e, soprattutto, cominciavo a conoscere molto bene il mio corpo.
Quello che ancora non sapevo era che proprio quell’incidente mi avrebbe costretta a scoprire quante cose si possono fare con un corpo quando inizi davvero ad ascoltarlo.
E, naturalmente, non andò come aveva previsto l’ortopedico.
Continua con la seconda parte: “Ascoltare il corpo: quello che ho imparato dopo l’incidente”.

