Algoritmi: basta pronunciare le parole?
Possiamo pronunciare una frase perfetta, scegliere le parole giuste, rispettare ogni passaggio di un algoritmo e, nonostante questo, non essere davvero presenti in ciò che stiamo dicendo.
Possiamo ripetere una formula mentre la mente è altrove, oppure mentre aspettiamo impazientemente che accada qualcosa.
Le parole sono corrette. L’istruzione è formulata nel modo giusto. Ma che cosa cambia se la pronunciamo distrattamente oppure con piena consapevolezza? E siamo sicuri che cambi qualcosa?
Perché pronunciare un’istruzione e partecipare consapevolmente a quell’istruzione sono due esperienze diverse.
La differenza tra dire e comunicare
Quando parliamo con un’altra persona, sappiamo bene che le parole non raccontano tutto.
Possiamo dire «Sto bene» con una voce spenta, con le spalle curve e lo sguardo basso. Oppure possiamo pronunciare le stesse parole con una voce sicura, il corpo disteso e un’espressione serena. La frase è identica, ma il messaggio che arriva all’interlocutore cambia.
Qualcosa di simile accade anche quando parliamo a noi stessi.
Nel Metodo REAL® utilizziamo strutture verbali che hanno una funzione precisa: formulare istruzioni rivolte al nostro sistema, con l’obiettivo di avviare processi di autoregolazione, autorisoluzione e riequilibrio.
Ma chi pronuncia quelle istruzioni non è un semplice lettore.
È una persona che ascolta, percepisce, interpreta, reagisce. Una persona che può essere presente oppure distratta, fiduciosa oppure scettica, emotivamente coinvolta oppure del tutto indifferente.
E tutte queste condizioni meritano di essere osservate.
Intento, coerenza e presenza
Tre aspetti da distinguere.
L’intento è la direzione che diamo all’istruzione. È sapere che cosa stiamo chiedendo, senza necessariamente pretendere di stabilire come e quando debba accadere. Che non è volontà o pretesa di ottenere un risultato, magari nell’immediato.
La coerenza riguarda il rapporto tra ciò che intendiamo chiedere e l’istruzione che formuliamo, ma anche il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che stiamo facendo.
Pensiamo, ad esempio, a una persona che si avvicina agli algoritmi perché qualcuno le ha assicurato che rappresentano la soluzione ai suoi problemi. Magari accetta di provare, ma dentro di sé continua a ripetersi: «Ma va là, figurati se questa roba funziona!».
Possiamo parlare di autosabotaggio o di resistenza interiore, ma dobbiamo anche chiederci se questa contraddizione interferisca realmente con il processo oppure influenzi soprattutto il modo in cui la persona vive e interpreta l’esperienza.
La presenza, infine, è la capacità di esserci mentre parliamo.
Ascoltare la propria voce. Accorgersi del respiro. Percepire quello che succede nel corpo, senza cercare continuamente un segnale e senza forzare una risposta.
La presenza è partecipare a ciò che stiamo facendo.
Ma allora un Algoritmo funziona soltanto se ci crediamo?
Ne dubito. Se affermassimo che un algoritmo può agire soltanto quando siamo convinti della sua efficacia, finiremmo per attribuire alla convinzione personale un ruolo che non abbiamo dimostrato.
La stessa cosa vale per l’intento, per l’emozione e per la presenza.
Possiamo ipotizzare che queste condizioni influenzino l’esperienza e i suoi risultati. Possiamo osservarle durante le sessioni e confrontarle con ciò che accade. Ma non possiamo ancora stabilire quanto ciascuna contribuisca all’efficacia degli algoritmi.
Nel Riequilibrio Posturale Spontaneo, ad esempio, osserviamo movimenti che emergono senza che la persona debba programmarli consapevolmente. Questo ci invita a distinguere la presenza dal controllo volontario.
Essere presenti non vuol dire dirigere ogni processo. Ma permettere che qualcosa accada senza intervenire continuamente.
E se il corpo può produrre risposte spontanee senza che la mente le programmi, quanto conta realmente la concentrazione cosciente nei processi che cerchiamo di attivare?
Ma allora, se una persona pronuncia un algoritmo distrattamente e un’altra lo pronuncia con attenzione, intenzione e partecipazione, che cosa cambia realmente?
Cambia il modo in cui viene vissuta l’esperienza? Cambiano le risposte corporee? Cambiano i risultati? Oppure la struttura verbale mantiene una sua funzione indipendentemente dallo stato di chi la pronuncia?
Perché potremmo scoprire che la presenza facilita alcuni processi, ma potremmo anche osservare risposte significative in persone che non hanno alcuna aspettativa, che non conoscono il metodo o che inizialmente sono scettiche.
La frase perfetta non è necessariamente quella pronunciata con la massima emozione o convinzione. Anzi, paradossalmente, una persona molto emozionata può essere così concentrata sul risultato da non ascoltare ciò che sta accadendo.
Per questo non metterei sullo stesso piano intento, coerenza, presenza e intensità emotiva. E soprattutto non farei diventare la presenza un ulteriore obbligo per chi utilizza gli algoritmi. Sarebbe una contraddizione rispetto all’autoregolazione che stiamo cercando di comprendere.
Quello che possiamo fare è osservare, confrontare le esperienze e continuare a porci domande.

