Testimonianze dal workshop: quando il corpo ritrova equilibrio
Durante uno degli ultimi workshop dal vivo, mentre spiegavo con semplicità come funzionano gli algoritmi, una signora ha chiesto di raccontare la sua esperienza.
Con l’entrata in menopausa le era iniziato un prurito vaginale molto fastidioso e continuo.
Ovviamente aveva fatto tutto quello che si fa in questi casi: visite, controlli, specialisti diversi. Dopo esami su esami però la risposta era sempre la stessa: signora, è una cosa naturale, bisogna imparare a sopportare, con il tempo forse diminuirà, ma non c’è molto da fare.
E così lei, dopo anni di questo disagio, aveva quasi imparato a conviverci, come se se lo fosse messo in tasca insieme alla rassegnazione.
Un giorno un’amica le presta il mio libro Algoritmi e altre Storie. Lei, incuriosita, inizia a leggere senza grandi aspettative.
Arriva all’algoritmo a cinque fasi e decide di provare. Senza preparazione, senza aver mai fatto nulla di simile, senza nemmeno quella che chiamiamo intenzione forte.
Mi ha detto proprio così: “Ho pensato: perché no? Proviamo. Male non fa”.
Un po’ come è successo a me all’inizio, quando sperimentavo le cose quasi per gioco, con quella leggerezza di chi dice: se funziona, bene, altrimenti pazienza.
La signora ha fatto l’algoritmo e nel giro di cinque minuti il prurito è sparito. Mai più tornato.
Quando me l’ha raccontato aveva gli occhi lucidi: “È un mese che sono tornata a vivere come una persona normale, senza quel tormento addosso”.
Io ascoltavo in silenzio e pensavo a quanto il corpo, a volte, aspetti solo un linguaggio diverso per ricordarsi come stare bene.
Allo stesso workshop inizio a spiegare la tecnica dell’Algoritmo dei (3) passi: indietro, avanti, di lato.
Come faccio sempre invito i partecipanti a provare tra di loro, controllo che abbiano le mani nella posizione giusta, la pressione corretta, che siano alla stessa altezza per poter lavorare bene.
Insomma, verifico tutti quei piccoli dettagli che fanno la differenza.
Faccio una prima dimostrazione, poi come al solito prendo una persona a caso, una che apparentemente non ha dolore, per mostrare come si svolge nella pratica.
A un certo punto, dal fondo della sala, vedo Cristina – la presidente dell’associazione che mi ospita – alzarsi in evidente difficoltà.
Dice: “Accendo le luci così vediamo meglio”.
La guardo avanzare verso di me e le chiedo: “Cristina, cosa succede?”
E lei: “Ho un dolore di sciatica allucinante, ce l’ho da tutta la mattina”.
Le rispondo quasi ridendo: “Potevi dirmelo prima, no? Allora facciamo la dimostrazione direttamente su di te”.
Iniziamo la danza dei passi.
Faccio notare a tutti come il corpo dia già le indicazioni su dove andare, su come muoversi. Cristina ha gli occhi chiusi, io spiego, lei è visibilmente sofferente. Seguo i movimenti del suo corpo, la porto dove vuole andare, senza forzare nulla.
Tempo meno di tre minuti: dolore completamente sparito.
Cristina apre gli occhi sconvolta: “Mi hai tolto tutto!”.
Tra l’entusiasmo generale sto per tornare al mio posto quando una signora dice: “Potrei anch’io?”. Senza chiederle nulla del suo problema la invito a venire vicino a me.
Le dico solo: “Non mi interessa sapere cos’hai. Dimmi in una scala da uno a dieci quanto è il dolore adesso”.
Risponde: “Otto”.
Osservo anche lei, mostro al pubblico le tecniche di preparazione, le faccio chiudere gli occhi e mi metto al suo fianco. Di nuovo il corpo inizia a parlare da solo e tutti vedono i suoi movimenti. Seguo ciò che emerge, pochissimi minuti e anche lei risolve.
Alla fine mi chiede: “Perché mi hai fatto andare a sinistra?”.
Le rispondo: “Perché il tuo corpo tirava a sinistra. Perché me lo chiedi?”. “Perché a me faceva malissimo la spalla sinistra.”
In un quarto d’ora scarso avevamo lavorato su due situazioni davvero toste.
La signora della spalla continuava a fare movimenti di apertura per controllare, incredula, come se cercasse il dolore e non lo trovasse più.
Chi prova l’algoritmo dei passi rimane sempre un po’ sconvolto dalla rapidità con cui il dolore svanisce. Io, come sapete, non porto mai la scala a zero, né a uno: mi fermo su un tre o un quattro e ancoro subito sui piedi, perché il processo, una volta avviato, prosegue da solo.
E ogni volta è una conferma di quanto il corpo sappia esattamente cosa fare, se solo gli diamo la possibilità di parlare.
Il lavoro sul corpo e sulla parola continua anche fuori dai workshop. Se desideri informazioni su eventi, incontri e nuovi percorsi, iscriviti alla mia newsletter.

