Perché proprio gli algoritmi? – Parte 2 di 4
Ascoltare il corpo: quello che ho imparato dopo l’incidente
Nella prima parte ho raccontato il filo che unisce il corpo e la voce alle esperienze della mia vita, fino all’incidente che interruppe la mia carriera nella danza.
La sentenza dell’ortopedico non l’avevo digerita. Per niente.
E non era soltanto rabbia o delusione.
Conoscevo la danza, il movimento e soprattutto conoscevo molto bene il mio corpo. O almeno conoscevo il corpo prima dell’incidente, perché dopo dovetti imparare a conoscerlo di nuovo.
Non avevo rotto nulla. Eppure il mio corpo aveva subito un trauma enorme.
Un corpo intero che non funzionava più come prima
La dinamica dell’incidente era stata complessa. Mi erano venuti addosso sia da dietro sia da davanti. In pratica, un doppio incidente.
L’auto era rimasta schiacciata tra le altre e, quando arrivarono i soccorsi, mi tirarono fuori dal tetto. Il motore era entrato nell’abitacolo. Avevo sbattuto le tibie sui pedali e le ginocchia contro il motore. Avevo preso il volante in faccia. La dentatura si era spostata e avevo rischiato di perdere i quattro denti anteriori dell’arcata superiore. Avevo sbattuto violentemente anche l’orecchio sinistro contro il finestrino e avevo perso una percentuale del mio equilibrio.
Per condurre una vita normale poteva sembrare poca cosa. Per una ballerina professionista non lo era affatto.
Una piroetta, improvvisamente, era diventata un problema. Il mio baricentro era cambiato. L’anca destra aveva cominciato a scattare e non si muoveva più in modo fluido come prima. La schiena compensava, adattandosi agli scompensi.
Insomma, ero intera. Ma il mio corpo non funzionava più come quello che conoscevo.
Anche la dentatura diventò parte di questo percorso. Ebbi la fortuna di incontrare un dentista molto bravo che lavorava sull’occlusione. Riuscì a salvarmi i denti e, intervenendo sul modo in cui chiudevano le arcate dentali, cominciò anche a riequilibrare alcuni degli scompensi che si erano creati nella postura in seguito al trauma.
Fu un’altra scoperta.
Il corpo non era un insieme di pezzi separati. Quello che accadeva da una parte poteva modificare l’equilibrio di altre parti.
Nel frattempo iniziò una battaglia legale che sarebbe durata dieci anni, per ottenere il risarcimento dei danni provocati da un incidente del quale non ero responsabile e che aveva troncato sul nascere la mia carriera.
Ma mentre gli avvocati facevano il loro lavoro, io avevo il mio da fare.
Dovevo e volevo recuperare il mio corpo. E soprattutto avevo bisogno di capire come funzionava adesso.
Sapevo esattamente come mi muovevo prima. Conoscevo il mio equilibrio, la mia postura, i miei difetti. Sapevo dove cadeva il peso, come rispondeva un’articolazione, come partiva un movimento.
Ora dovevo ricominciare e osservare tutto da capo.
Da ballerina a insegnante
Fu proprio in quel periodo che ebbi accanto un coreografo e, per me, un maestro di vita molto importante: Franco Miseria.
Conosceva il mio talento, la mia grinta e anche la mia testardaggine. Fu lui a tirarmi fuori dal baratro profondo di depressione nel quale stavo precipitando, spronandomi a vedere qualcosa che io non avevo nessuna voglia di vedere.
Avevo sempre immaginato il mio posto davanti al pubblico, sul palco. Non necessariamente come prima ballerina. Volevo semplicemente fare ciò che sentivo dentro: ballare.
Lui mi fece guardare oltre, dietro quel palco.
Mi disse che possedevo una qualità che in pochi hanno: avevo le qualità del maestro. E mentre una ballerina aveva davanti a sé pochi anni di vera carriera, un maestro poteva insegnare per anni e anni.
Ma io non volevo fare il maestro. Io volevo ballare.
Gli servì tutta la pazienza di questo mondo per farmi anche solo prendere in considerazione un’altra prospettiva.
Alla fine ci riuscì.
Ricominciai a studiare e mi ritrovai all’interno di un laboratorio metodologico della danza, con due maestri eccezionali, tra i quali Paganini.
E lì il mio mondo cambiò.
Fino a quel momento avevo studiato il corpo per farlo danzare. Adesso cominciavo a studiare il movimento, la postura, l’equilibrio e l’impatto che un determinato esercizio aveva sui muscoli e sull’intero assetto del corpo.
Incontrai anche la danzaterapia e scoprii che la danza poteva diventare uno strumento terapeutico. Poteva aiutare un corpo a recuperare delle capacità. Poteva diventare linguaggio.
Così iniziai a sperimentare su me stessa.
Da una parte studiavo. Dall’altra osservavo quel corpo traumatizzato dall’incidente.
Provavo un esercizio. Ascoltavo. Osservavo che cosa cambiava.
Correggevo. Riprovavo.
Attraverso esercizi posturali provenienti anche dalla danza classica, rivisti e adattati alle mie necessità, iniziai poco alla volta a rimettere in equilibrio il mio corpo.
E a dialogare con lui.
Il corpo come linguaggio
Quello che stavo imparando non rimase confinato al lavoro su di me. Ebbi la possibilità di lavorare attraverso la danza con bambini autistici e quella fu un’altra esperienza importantissima.
Con loro non potevo semplicemente mettermi davanti, mostrare un movimento e aspettarmi che lo ripetessero.
Dovevo trovare un modo per entrare nel loro mondo.
Osservare.
Capire come ciascun bambino reagiva alla mia presenza, alla musica, al ritmo, a un movimento, a una richiesta.
Il linguaggio e le modalità di comunicazione che potevano funzionare con un bambino non autistico non necessariamente funzionavano con lui. Dovevo quindi cambiare il mio modo di comunicare e di proporre un esercizio.
Dovevo aspettare una risposta, osservarla e, da quella risposta, capire che cosa fare dopo.
La danza diventava una scuola di linguaggio, perché il corpo poteva dire qualcosa anche quando le parole non riuscivano ad arrivare.
Un movimento poteva creare un contatto. Un ritmo poteva diventare un modo per incontrarsi.
Fu anche attraverso quelle esperienze che iniziai a creare i miei primi metodi di insegnamento.
Non mi bastava applicare un esercizio imparato da qualcun altro e aspettarmi che funzionasse sempre nello stesso modo. Dovevo osservare la persona che avevo davanti.
Da una parte, quindi, avevo il mio corpo che, dopo l’incidente, mi aveva costretta a imparare un linguaggio nuovo. Dall’altra avevo quei bambini, che mi stavano insegnando che non esiste un unico linguaggio per entrare in relazione con una persona e con il suo corpo.
Allora non pensavo certamente agli algoritmi e non vedevo nessun grande disegno.
Stavo semplicemente vivendo un altro pezzetto della mia vita. Un’altra parte di quel puzzle che oggi riesco a guardare da una prospettiva completamente diversa.
Tornare a ballare con un corpo diverso
Piano piano recuperai.
Tornai a ballare, ma soprattutto iniziai a insegnare. Avrei continuato a farlo per moltissimi anni, attraversando stili diversi e arrivando poi alle danze caraibiche, che sarebbero diventate un’altra mia grande passione.
Ho continuato a ballare insieme ai miei allievi per anni.
Oggi ho 61 anni. Ho un corpo che ha ballato tantissimo e che porta inevitabilmente i segni di una vita trascorsa a muoversi. E, ovviamente, ho una schiena che non ha dimenticato quel grosso incidente d’auto.
Non vivo in un corpo perfetto. Ma vivo in un corpo che conosco.
Negli anni ho costruito esercizi mirati per lui, ho imparato a riconoscere le sue risposte e a convivere con le problematiche che inevitabilmente si porta dietro.
E mentre imparavo ad ascoltare il corpo, un’altra tessera del puzzle stava per diventare sempre più importante: la comunicazione.
Da lì sarebbero arrivate altre strade, altri studi e, naturalmente, un altro bel bivio davanti al quale scegliere.
Perché una vita lineare, evidentemente, proprio non faceva per me.
Arrivati fin qui, iniziate anche voi a vedere l’insieme del puzzle?
Continua con la terza parte: “Corpo, voce e parole: come ho imparato a comunicare”.

