Perché proprio gli algoritmi? – Parte 3 di 4

Corpo, voce e parole: come ho imparato a comunicare

Nella seconda parte ho raccontato come l’incidente mi costrinse a conoscere nuovamente il mio corpo e come la danza diventò anche ascolto, osservazione e linguaggio.

In realtà la comunicazione era presente nella mia vita già da molto tempo, solo che ancora non lo sapevo.

Perché c’è anche un aspetto molto concreto di tutta questa storia: di arte bisognava riuscire a vivere. E negli anni Ottanta vivere di danza non era affatto semplice. Le opportunità erano diverse da quelle che ci sono oggi, le scuole erano molte meno e anche il mondo dello spettacolo funzionava in maniera differente.

Quando giravo i teatri o partecipavo agli spettacoli televisivi facendo parte di un corpo di ballo, non avevo necessariamente qualcuno a disposizione che si occupasse sempre di me.

Dovevo sapermi arrangiare.

E arrangiarsi non significava presentarsi davanti allo specchio, darsi una sistemata ai capelli e via.

Tutto quello che accadeva dietro le quinte

Trucco e parrucco facevano parte del lavoro. Dovevano essere impeccabili e soprattutto adatti al palco, alle luci, alla distanza dal pubblico e alla telecamera.

Così cominciai a studiare anche quello.

Il volto. Le luci. I colori. Il trucco da spettacolo.

Piano piano cominciavo a conoscere non soltanto ciò che accadeva davanti al pubblico, ma anche tutto il lavoro che esisteva dietro le quinte.

Perché se avevo bisogno di una competenza per fare meglio quello che amavo, la mia risposta era quasi sempre la stessa: la imparavo.

Ma rimaneva un piccolo dettaglio.

Bisognava vivere. Mangiare. E soprattutto continuare a pagare tutti quegli studi che io continuavo ostinatamente a voler fare.

Così, parallelamente alla danza, alla musica e allo spettacolo, cominciai a fare lavori molto più normali.

E siccome una cosa che non mi è mai mancata era una discreta parlantina, finii quasi naturalmente nella vendita.

La vendita e l’incontro con la PNL

Ho venduto veramente di tutto.

Ho lavorato come commessa in profumeria. Ho venduto integratori, macchine fotografiche e videocamere. Sono arrivata persino a prendere la concessione di un marchio e a occuparmi della vendita di prodotti professionali per parrucchieri ed estetiste.

Se apro questo capitolo dovete prendervi ferie.

Ho fatto anche vendite televisive. Insomma, se c’era qualcosa da vendere, probabilmente prima o poi io l’avrei venduta.

All’inizio quei lavori avevano soprattutto una funzione molto pratica. Mi permettevano di vivere e di continuare a studiare.

Perché mentre da fuori poteva sembrare che continuassi ad aggiungere cose completamente scollegate tra loro, per me ognuna di quelle esperienze aveva un senso.

Non vedevo ancora il disegno del puzzle. Seguivo semplicemente ciò che mi interessava e ciò che, in quel momento, mi serviva.

Fu proprio attraverso la vendita che incontrai un’altra tessera destinata a diventare importantissima molti anni dopo:

la PNL, Programmazione Neuro-Linguistica.

All’epoca frequentai diversi corsi, spostandomi anche tra varie città.

La PNL che incontrai allora era legata alla comunicazione, alla vendita e al marketing. Ed era esattamente ciò che mi serviva in quel momento.

Volevo diventare più brava nel mio lavoro. Capire meglio chi avevo davanti. Come comunicare. Come utilizzare le parole. Come creare una relazione.

Volevo capire come una stessa cosa, detta in due modi diversi, potesse produrre risposte completamente differenti.

Solo molto più avanti avrei approfondito altri aspetti della PNL e sarei tornata anche alle sue origini, scoprendo un territorio molto più vasto di quello che avevo conosciuto attraverso la vendita.

Ma intanto un’altra parola era entrata definitivamente nella mia vita:

comunicazione.

Imparare a cambiare il modo di comunicare

Il terreno era già pronto.

Avevo imparato a osservare le risposte del mio corpo. Avevo lavorato con bambini autistici, comprendendo che, se il mio modo di comunicare non arrivava all’altro, dovevo essere io a cambiarlo.

Adesso iniziavo a studiare consapevolmente anche le parole e le modalità attraverso le quali comunichiamo.

Ma nel frattempo c’era un’altra vecchia compagna che non aveva nessuna intenzione di uscire dalla mia vita:

la voce.

Quella era lì da quando ero ragazzina.

Radio, canto, musica, serate.

Avevo una bella voce e sapevo usarla per cantare. Ma, ancora una volta, mi venne voglia di capire che cos’altro avrei potuto farne.

E così arrivarono i primi studi di doppiaggio.

I quattro colori della voce

Fu attraverso quel mondo che incontrai il maestro Ciro Imparato e il suo metodo FourVoiceColors®, i quattro colori della voce.

Scoprii che la mia era una voce verde.

La voce della relazione, dell’empatia, dell’accoglienza.

Quella voce che tanti anni prima piaceva agli ascoltatori che mi seguivano alla radio stava diventando qualcosa che potevo studiare, comprendere e utilizzare in maniera molto più consapevole.

Naturalmente non potevo immaginare che, molti anni dopo, migliaia di persone avrebbero ascoltato proprio quella voce attraverso gli algoritmi, le storie, le visualizzazioni e le attivazioni.

A quei tempi continuavo semplicemente a raccogliere pezzi.

Danza e corpo.

Musica e ritmo.

Danzaterapia e linguaggio corporeo.

Vendita e comunicazione.

PNL e parole.

Voce.

Vista così, oggi, comincia quasi a sembrare facile riconoscere il filo conduttore. Ma allora non lo era affatto.

Mentre continuavo a costruire competenze, lavorare, studiare, cantare, insegnare e cercare la mia strada, la vita stava preparando un altro dei suoi famosi bivi.

E io mi trovai davanti a una scelta che, per una come me, era enorme:

continuare a mettere al centro della mia vita tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento oppure costruire quella famiglia che avevo sempre desiderato.

Scelsi la famiglia.

Per diciotto anni gran parte di tutto quello che vi ho raccontato fino a qui sarebbe finito ai margini della mia vita.

Non sarebbe scomparso. Ma sarebbe diventato qualcosa da fare quando avanzava tempo.

Oggi so che quella scelta avrebbe avuto conseguenze che allora non potevo immaginare.

Ma questa è un’altra tessera del puzzle.

Continua con la quarta parte: “Dagli algoritmi al Metodo REAL®: ritrovare la mia strada”.