Perché un algoritmo a volte non funziona?
La tentazione è quella di cercare una risposta immediata.
Forse significa che…
Magari ho sbagliato qualcosa…
Ho letto che questo disturbo, secondo la Metamedicina, indica che…
Ma siamo davvero sicuri che esista una risposta uguale per tutti?
Io non credo.
L’ho imparato sulla mia pelle e osservando migliaia di persone.
Lo stesso sintomo può raccontare storie completamente diverse.
Per una persona sarà importante osservare gli aspetti biologici.
Per un’altra lo stile di vita.
Per un’altra ancora il sonno, l’alimentazione, lo stress o le tensioni accumulate nel corpo.
Per qualcun altro sarà utile interrogarsi anche sul proprio mondo emotivo.
Ma c’è un’altra possibilità…
A volte sembra che una parte profonda del nostro sistema non sia ancora pronta ad accogliere il cambiamento.
Può sembrare paradossale e so bene che questa è un’ipotesi difficile da accettare.
Eppure molte persone desiderano stare meglio, mentre allo stesso tempo qualcosa dentro continua ad aggrapparsi a ciò che già conosce. Anche quando ciò che conosce porta sofferenza.
Non perché desideri stare male.
Ma perché ciò che è familiare viene spesso percepito come più sicuro di ciò che è nuovo.
In questi casi può accadere che un algoritmo non funzioni, ovvero, non produca subito il risultato che la persona si aspetta.
Questo non significa necessariamente che non stia accadendo nulla.
Nella mia esperienza, a volte il sistema sembra scegliere un’altra strada.
Prima migliora il sonno.
Poi aumenta l’energia fisica.
La mente diventa più lucida.
L’umore si stabilizza.
E solo successivamente arriva a ciò che la persona considerava il problema principale.
Altre volte, invece, è il percorso stesso a richiedere una nuova osservazione.
Forse l’algoritmo scelto non è quello più adatto.
Forse il sintomo è soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga.
Forse è necessario cambiare prospettiva.
È per questo che non credo nelle interpretazioni valide per tutti.
Credo nell’osservazione.
Nell’ascolto.
Nella responsabilità personale di imparare a conoscere il proprio sistema.
Perché una domanda ben posta apre nuove possibilità.
Una risposta data troppo in fretta, invece, rischia di chiuderle.
Se desideri approfondire questo argomento, ne parlo nel capitolo “Quando l’algoritmo tace”, a pagina 135 del libro Algoritmi della Parola.

